Vuoi stare meglio, ma non vuoi cambiare: il difficile percorso della consapevolezza
Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori?
Quante volte desideriamo stare meglio, ma continuiamo a fare gl le stessi errori e le cose che ci fanno stare male?
Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori, anche quando sappiamo che determinati comportamenti non ci fanno bene?
È una domanda semplice, ma la risposta non lo è affatto.
Ci sono momenti nella vita in cui sentiamo che qualcosa non va. Ci sentiamo stanchi, insoddisfatti, confusi o semplicemente lontani da quella serenità che vorremmo ritrovare.
E allora iniziamo a cercare.
Leggiamo un libro, ascoltiamo qualcuno, guardiamo un video, ci avviciniamo allameditazione, alla spiritualità o alla crescita personale. Incontriamo parole che sembrano parlare proprio a noi e, per un momento, abbiamo la sensazione di aver trovato una nuova direzione.
Poi, però, qualcosa accade.
Torniamo alle vecchie abitudini.
Agli stessi pensieri.
Alle stesse reazioni.
Agli stessi comportamenti.
E qualche volta torniamo persino nelle stesse situazioni dalle quali desideravamo allontanarci.
A quel punto la domanda diventa ancora più importante:
Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori, anche dopo aver compreso ciò che ci fa stare male?
Quando chiediamo aiuto, ma non siamo ancora pronti a cambiare
Nel corso di tanti anni di esperienza personale, durante i quali ho avuto modo di incontrare persone alla ricerca di un maggiore benessere attraverso approcci naturali, mi sono trovato spesso davanti alla stessa situazione.
Persone che arrivavano con un desiderio sincero di stare meglio. Persone interessate, curiose, desiderose di comprendere qualcosa di nuovo e, soprattutto, convinte di voler cambiare.
In molti casi, le tematiche che proponevo erano completamente nuove per loro: l’energia, i centri energetici, la meditazione, il respiro, la consapevolezza di sé.
Erano argomenti che suscitavano interesse e che spesso venivano accolti con entusiasmo, proprio perché rappresentavano una possibilità diversa rispetto alle strade percorse fino a quel momento.
Eppure, con il tempo, mi sono accorto di qualcosa di importante:
ascoltare non significa necessariamente mettere in pratica.
Molte delle persone che incontravo ascoltavano con attenzione, facevano domande, mostravano interesse e, in alcune occasioni, mi raccontavano anche di aver vissuto esperienze positive attraverso quelle pratiche.
Ma quando arrivava il momento di portare quelle esperienze nella quotidianità, qualcosa si fermava.
La meditazione veniva abbandonata.
Il respiro consapevole veniva dimenticato.
L’osservazione di sé rimaneva un’intenzione.
I nuovi comportamenti lasciavano nuovamente spazio alle vecchie abitudini.
E così, lentamente, la persona tornava proprio lì dove si trovava prima.Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori?
Nel punto dal quale voleva allontanarsi.
Non era necessariamente mancanza di interesse. E nemmeno, sempre, mancanza di volontà.
Era come se esistesse una forza silenziosa capace di riportarla verso ciò che conosceva già.
Gli stessi pensieri.
Le stesse reazioni.
Gli stessi comportamenti.
Una sorta dicircolarità del problema, nella quale il desiderio di stare meglio convive con la difficoltà di abbandonare ciò che, paradossalmente, contribuisce a mantenere quella sofferenza. la risposta a Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori diventava sempre concretamente lontana.
Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori?
È una domanda che molte persone si pongono.
Cambiano le circostanze, cambiano le persone, cambiano i dettagli della nostra vita, ma alcuni schemi sembrano ripresentarsi.
Una vecchia abitudine ritorna dopo aver deciso di abbandonarla. Una decisione che avevamo promesso di prendere viene nuovamente rimandata. Una situazione che pensavamo di aver superato torna a occupare i nostri pensieri.
E dentro di noi pensiamo:
“Ma perché lo sto facendo ancora?”
Forse perché non è sufficiente sapere che qualcosa ci fa male.
Alcuni comportamenti diventano familiari attraverso la ripetizione. Entrano nella nostra quotidianità fino a diventare quasi automatici.
E ciò che conosciamo, anche quando ci fa soffrire, può sembrarci più sicuro di ciò che non conosciamo.
Per questoripetere gli stessi errorinon significa necessariamente desiderare di stare male.
Può significare essere rimasti dentro uno schema che conosciamo molto bene, uno schema che nel tempo è diventato parte delle nostre modalità abituali di reagire.
So cosa dovrei fare, ma non riesco a cambiare
Questa è forse una delle contraddizioni più profonde.
Possiamo capire perfettamente che qualcosa non ci fa bene e, nonostante questo, continuare a comportarci nello stesso modo.
Perché?
Perchécapire non significa ancora trasformare.
Possiamo comprendere con la mente che dovremmo smettere di rimandare, imparare a dire di no, modificare un’abitudine o cambiare il nostro modo di reagire.
Ma la comprensione razionale è soltanto un passaggio.
Sapere cosa dovremmo fare non significa automaticamente riuscire a farlo.
E proprio per questo possiamo ritrovarci a vivere una situazione apparentemente incomprensibile:
desideriamo qualcosa di diverso, ma continuiamo a produrre le stesse condizioni che ci impediscono di ottenerlo.
Uscire dal problema per poterlo osservare
Nella mia esperienza, quando una persona chiede aiuto, spesso non sta cercando semplicemente qualcuno che le dica cosa fare.
Sta cercando, forse inconsapevolmente,una prospettiva diversa.
Quando viviamo un problema per molto tempo, infatti, quel problema finisce per diventare parte della nostra quotidianità.
Non lo osserviamo più soltanto:
lo viviamo dall’interno.
Pensieri, emozioni, reazioni e abitudini si intrecciano tra loro fino a diventare una modalità consueta di stare nel mondo.
A volte siamo perfettamente consapevoli di ciò che ci fa stare male. Sappiamo riconoscere determinate abitudini, sappiamo quali situazioni ci fanno soffrire e magari sappiamo anche quali comportamenti dovremmo modificare.
Eppure continuiamo a riproporli.
Perché, con il tempo, quelle modalità possono diventare così familiari da sembrare quasi una parte di noi.
Arriviamo persino a identificarci con il problema che stiamo vivendo.
Quando qualcuno riesce a offrirci una prospettiva differente, può allora accadere qualcosa di importante.
Per un momentousciamo dal problema.
Non siamo più completamente immersi in ciò che stiamo vivendo, ma possiamo iniziare a osservarlo da una posizione diversa.
È come aprire una finestra in una stanza nella quale siamo rimasti per molto tempo.
Da quella nuova prospettiva possiamo vedere collegamenti che prima non riuscivamo a riconoscere. Possiamo accorgerci di alcune nostre reazioni, comprendere meglio determinati meccanismi e scoprire possibilità che, mentre eravamo completamente immersi nel problema, sembravano non esistere.
A volte non è necessario che qualcuno ci dia una soluzione.
È sufficiente che ci aiuti a vedere ciò che non riuscivamo più a vedere.
Un’intuizione antica: conoscere se stessi non basta
Questa distinzione tra comprendere, osservare e trasformare non è nuova.
Già nella filosofia antica troviamo una profonda attenzione alla conoscenza di sé e alla domanda su come vivere. Una risposta alperchè ripetiamo lo stesso errore.
Il metodo di Socrate, per come ci è stato tramandato, non consisteva semplicemente nel fornire risposte. Il suo modo di interrogare portava le persone a esaminare le proprie convinzioni e a riconoscere ciò che spesso non avevano ancora realmente messo a fuoco.
In questo senso, c’è una particolare vicinanza con ciò che ho osservato nel mio percorso: chi accompagna una persona non deve necessariamente dirle chi essere o come vivere, ma può aiutarla a guardare ciò che sta vivendo da una prospettiva diversa.
Anche Aristotele offre una riflessione importante.
Per Aristotele non basta conoscere ciò che è bene: attraverso l’esercizio e l’abitudine, ciò che comprendiamo deve diventare parte concreta del nostro modo di agire.
Ed è proprio qui che ritrovo una delle esperienze che più spesso ho incontrato:
una persona può comprendere qualcosa senza essere ancora capace di viverla.
Può sapere.
Può essere d’accordo.
Può persino aver sperimentato qualcosa di positivo.
Ma finché quella comprensione non entra nella pratica quotidiana, il cambiamento rimane incompleto.
Anche la tradizione storica, attraverso pensatori come Epitteto, ha dato grande importanza all’esame delle proprie impressioni e al modo in cui rispondiamo a ciò che accade.
Naturalmente, non significa che la mia esperienza sia la stessa filosofia di Socrate, Aristotele o Epitteto.
Ma è interessante osservare come, attraverso epoche molto diverse, ritorni una domanda simile:
che valore ha comprendere qualcosa, se poi non riusciamo a trasformarlo nel nostro modo di vivere?
Quando anche il problema diventa parte di noi
C’è un altro aspetto che, nel corso della mia esperienza, mi ha portato spesso a riflettere, per ripondere al perché continuiamo a ripetere gli stessi errori.
Le situazioni che viviamo, anche quando ci fanno soffrire, non producono soltanto dolore.
Portano con sé emozioni, pensieri, tensioni, aspettative, ricordi e stati d’animo che finiscono per occupare una parte importante della nostra vita.
A volte quella sofferenza diventa così presente da trasformarsi quasi in unagabbia emotiva.
Eppure, paradossalmente, dentro quella gabbia possiamo trovare qualcosa che ci fa sentire vivi.
Il problema ci coinvolge. Ci fa pensare, reagire, cercare risposte, raccontarci, confrontarci con gli altri.
Diventa parte delle nostre giornate e, lentamente, può diventare parte del modo in cui ci definiamo.
È una contraddizione difficile da riconoscere:
vorremmo liberarci di ciò che ci fa soffrire, ma allo stesso tempo abbiamo paura di ciò che rimarrebbe di noi se quella sofferenza non ci fosse più.
Forse perché, quando un problema ci accompagna per molto tempo, non è più soltanto qualcosa che abbiamo.
In qualche modo diventa qualcosa checonosciamo di noi stessi.
E allora può accadere che quella situazione ci faccia sentire importanti, necessari, persino speciali.
Non perché desideriamo consapevolmente soffrire, ma perché quella sofferenza è diventata una parte significativa della nostra esperienza.
È come se, dentro quella condizione, avessimo costruito una forma di identità. questo forse non risponde completamente alla domanda delperché continuiamo a ripetere gli stessi errori.
Chi aiuta non dovrebbe sostituirsi alla persona
Un buon operatore, a mio avviso, non dovrebbe imporre alla persona un modo di vivere, un modo di reagire o una soluzione preconfezionata.
Dovrebbe piuttosto accompagnarla nell’osservazione.
Aiutarla a riconoscere i propri meccanismi, le proprie risorse e gli strumenti che già possiede, affinché possa diventare progressivamente più consapevole delle proprie possibilità.
Perché la vera trasformazione non consiste nel vivere secondo ciò che qualcun altro ci dice di fare.
Consiste neldiventare capaci di scegliere diversamente.
Quando una persona riesce a osservare ciò che accade dentro di sé, può iniziare a modificare alcuni aspetti delle proprie risposte, dei propri comportamenti e delle proprie abitudini, trovando modalità più adatte a ciò che desidera realmente vivere.
La finestra non rimane aperta per sempre
L’incontro con chi ci accompagna è necessariamente un momento circoscritto della nostra vita.
Può essere un incontro una o due volte alla settimana. Può durare un’ora, forse qualcosa di più.
In quel momento si apre una finestra.
Per un po’ possiamo guardare il nostro problema da fuori, con maggiore lucidità e consapevolezza.
Ma poi torniamo nella nostra quotidianità e questo è coerente con la nostra domanda sul perché contiuniamo a fare gli stessi errori.
E qui si gioca una parte fondamentale del cambiamento.
Perché se ciò che abbiamo visto durante quell’incontro non viene portato nella vita di tutti i giorni, lentamente possiamo essere nuovamente riassorbiti dal problema.
Torniamo nei nostri ambienti, nelle nostre abitudini, nelle nostre relazioni, nei nostri pensieri consueti.
E ciò che conosciamo torna ad avere la sua forza.
Il vecchio schema diventa nuovamente la strada più semplice da percorrere, proprio perché è quella che conosciamo meglio.
E così, quasi senza accorgercene, possiamo tornare a fare esattamente ciò che avevamo compreso essere una delle cause della nostra sofferenza.
È un paradosso: sappiamo che qualcosa ci fa male, ma continuiamo a sceglierlo perché ci è familiare.
Liberarsi non significa semplicemente eliminare il problema
Per questo motivo non sempre la soluzione a un problema è davvero ciò che una persona sta cercando.
Può sembrare un’affermazione paradossale, soprattutto quando qualcuno arriva chiedendo aiuto e dice di voler stare meglio.
Ma forse dobbiamo chiederci cosa significhi davvero“stare meglio”.
Perché eliminare una sofferenza significa anche lasciare spazio a qualcosa di nuovo.
E quello spazio può fare paura.
Se per molto tempo abbiamo vissuto attraverso una determinata emozione, una relazione, una difficoltà o un determinato modo di reagire, cosa succede quando tutto questo viene meno?
Chi diventiamo?
Cosa rimane?
Quale parte di noi dovrà essere riscoperta?
Forse è anche per questo che, finché la sofferenza rimane sopportabile, possiamo continuare a convivere con ciò che ci fa male.
Ci lamentiamo, cerchiamo aiuto, desideriamo cambiare, ma allo stesso tempo manteniamo una certa familiarità con quella condizione.
Poi, quando il dolore diventa troppo grande, qualcosa può cambiare.
Quando non riusciamo più a sopportare ciò che prima riuscivamo a tollerare, nasce una spinta diversa:
non vogliamo più soltanto capire il problema, vogliamo uscirne.
Ed è forse in quel momento che la ricerca di una soluzione può diventare autenticamente una ricerca di trasformazione.
È davvero mancanza di volontà?
Siamo spesso molto severi con noi stessi.
Quando non riusciamo a cambiare diciamo:
“Non ho abbastanza forza di volontà.”
“Non sono abbastanza determinato.”
“Non riesco a fare quello che dovrei.”
Ma il cambiamento non è sempre una semplice questione di volontà.
Abitudini consolidate, automatismi, paura dell’ignoto e schemi di comportamento possono rendere difficile modificare ciò che facciamo, anche quando desideriamo sinceramente qualcosa di diverso.
Questo non significa che non abbiamo responsabilità.
Significa che forse dobbiamo imparare a guardare noi stessi con maggiore consapevolezza e con meno giudizio.
Non per giustificare ciò che facciamo, ma percomprenderlo.
Forse non hai bisogno di un’altra risposta
Forse una delle cose più importanti che possiamo imparare è questa:
non sempre abbiamo bisogno di una nuova risposta.
A volte abbiamo già incontrato la risposta.
L’abbiamo letta.
L’abbiamo ascoltata.
L’abbiamo riconosciuta.
Ma non l’abbiamo ancora lasciata entrare veramente nella nostra vita.
E allora continuiamo a cercare.
Un altro libro.
Un altro consiglio.
Un altro video.
Un’altra tecnica.
Un’altra risposta.
Quando forse ciò che ci viene chiesto non è trovare qualcosa di nuovo, maavere il coraggio di mettere in pratica ciò che abbiamo già compreso.
Il cambiamento comincia da una domanda
Forse allora la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Come posso stare meglio?”
Potremmo iniziare a chiederci:
“Che cosa continuo a fare che mi impedisce di stare meglio?”
E ancora:
“Cosa ho già compreso, ma non sto ancora mettendo in pratica?”
Sono domande più scomode.
Ma proprio per questo possono aprire una porta.
Perché il cambiamento non comincia necessariamente quando troviamo la risposta perfetta.
A volte comincia quando smettiamo di cercare una risposta nuova e iniziamo ad ascoltare davvero quella che la nostra vita ci sta già mostrando.
Comprendere.
Diventare consapevoli.
Praticare.
Trasformare.
Forse è proprio questo il viaggio.
Non diventare qualcun altro.
Ma imparare, lentamente, ad essere più consapevoli di ciò che siamo e delle scelte che facciamo ogni giorno.
E tu, dove ti trovi oggi?
Dopo aver letto queste riflessioni, forse vale la pena fermarsi per qualche istante e guardarsi dentro.
Non per giudicarsi e nemmeno per cercare immediatamente una risposta.
Ma per chiedersi, con sincerità:
Sto cercando davvero una soluzione al mio problema, oppure sto cercando soltanto un sollievo momentaneo?
Sto continuando a vivere dentro ciò che mi fa stare male, oppure sto facendo qualcosa di concreto per uscirne?
Ci sono cose che ho già compreso, ma che continuo a non mettere in pratica?
E ancora:
Il problema che sto vivendo è soltanto qualcosa da cui vorrei liberarmi, oppure è diventato, in qualche modo, una parte della mia identità?
Forse non è semplice rispondere.
E forse non è nemmeno necessario farlo subito.
A volte una riflessione non serve a darci una soluzione, ma ametterci davanti a una domanda che prima non ci eravamo mai posti.
Se queste parole ti hanno fatto riconoscere qualcosa di te, prova allora a osservare ciò che accade nella tua vita con uno sguardo diverso.
Non chiederti soltanto:
“Come posso smettere di stare male?”
Prova anche a chiederti:
“Che cosa sto facendo, ogni giorno, per continuare a stare dentro questo problema?”
E soprattutto:
“Qual è il primo piccolo cambiamento che posso scegliere di mettere in pratica?”
Perché forse la differenza non sta nel trovare l’ennesima risposta.
Forse sta nel decidere, questa volta,di ascoltare davvero quella che abbiamo già incontrato.
E da quel momento, lentamente, trasformarla in una scelta.
Comprendere.
Diventare consapevoli.
Praticare.
Trasformare.
Forse il cambiamento comincia proprio qui:
nel momento in cui smettiamo di limitarci a osservare il problema e iniziamo a osservare noi stessi dentro il problema.
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